Viaggio di nozze parte I: Amman/ Honeymoon part I: Amman

Ci siamo, inizia il nostro viaggio di nozze: prima tappa Amman. Il volo via Istanbul è stato perfetto e devo ammettere che volare con la Turkish Airlines è stata un’ottima scelta. Film on demand, assistenti di volo cortesi e pazienti, catering in economy degno di una prima classe. Mentre Mario sorseggiava del vino rosso australiano e io apprezzavo le crepes con ricotta e spinaci, cercavamo cosa poter vedere tra i film che ci erano sfuggiti di recente al cinema: io trovato la commedia romantica, lui quello d’azione e così siamo affondati nelle poltrone e arrivati ad Istanbul.

Arrivare ad Istanbul la sera tardi mi lasciava un po’ perplessa: pensavo a terminal desolanti, silenzio e attesa infinita. Macchè! L’aeroporto era nel pieno della sua attività tanto che sembravano le 11 e non le 23! Controllo documenti piuttosto lungo, un giro al duty free, un caffe e un muffin da Caffè Nero (altro che Starbucks!), un paio di acquisti da Victoria’s Secret e via, di nuovo in volo destinazione Amman. Naturalmente il volo in notturna è sembrato rapido quanto un Roma – Milano: ci siamo addormentati prima del decollo e svegliati con le parole del comandante che annunciava l’imminente atterraggio in Giordania.

L’ aeroporto di Amman (Queen Alia) è una cattedrale high tech nel deserto (non a caso progettato da Foster + Partners), tutto tirato a lucido, silenzioso ed ordinato. Ritiriamo le valigie e subito impattiamo con la diffidenza delle forze dell’ordine quando ci dirigiamo alla fila (vuota) di ingresso CON visto.

Naturalmente il funzionario di polizia aveva dato per scontato, da buoni italiani, che non avessimo letto il cartello e che ci fossimo precipitati lì per saltare la fila accanto facendo i vaghi. E invece no! Avevamo davvero già fatto il visto per l’ingresso in Giordania prima di partire, all’ambasciata a Roma anche se a lui continuava a sembrare strano e così è stato finchè non gli ho spiegato che si trova a 10 minuti da casa nostra, a Roma, che pensavo ci fossero file chilometriche al controllo passaporti e che volevamo risparmiare tempo. Un’ulteriore occhiata sommaria alle foto e a tutti i visti delle varie pagine dei nostri documenti e finalmente fuori… Macchè! Per uscire bisogna nuovamente passare i bagagli al metal detector! Che pensino che vogliamo fare un attentato e ci portiamo il necessaire da casa? Va beh, mentre lascio Mario in coda, vado ad un bancomat a prelevare un po’ di dinari e finalmente, almeno spero, siamo fuori dall’aeroporto dove il nostro factotum-high tech mi aveva già messaggiata con Whatsapp per sapere dove fossi. Eccolo il baffuto Mansour col cartello col mio nome, al solito senza H ma pazienza: è stato puntualissimo e non posso rimproverargli nulla. La macchina poi è nuova di zecca, profumata, ludica da specchiartici: altro che tassinari beduini a Sharm o piloti di tuk tuk Thailandesi!

Arriviamo al nostro “Lemon Tree” all’alba, dopo aver percorso un’affascinante e silenziosissima Amman (avremmo poi scoperto che le 6 di mattina è l’unico momento di pace!). Ci apre la porta Guido con un familiare “Buongiorno” che risuona nelle nostre orecchie come una melodia. Ci mostra la villa, i vari spazi comuni e ci accompagna nella nostra stanza – la suite – dove vediamo già pronta una bottiglia di spumante (che naturalmente berremo poi la sera). Il nostro viaggio era cominciato alla grande!  Scendiamo in giardino per la colazione, all’ombra del famoso albero di limoni dove scambiamo 2 chiacchiere con un’altra ospite del B&B, col proprietario e con la figlia poliglotta che a neanche 3 anni si destreggiava con naturalezza tra italiano, inglese e filippino. Optiamo per un full breakfast che sarà poi il must per cominciare la giornata. La colazione dei campioni prevedeva uova strapazzate o intere, spinaci, patate al forno, spremute fresche di qualsiasi genere, cereali, yogurt, torte (perfino di pistacchi),  squisite limonate fresche solo quando cadevano a terra i limoni maturi e un giorno addirittura la cuoca filippina ci ha presentato dei fiori fritti con tanto di mozzarella ed alici. Questo si che significa sentirsi a casa!

ALLA SCOPERTA DI AMMAN

Dopo aver sonnecchiato qualche ora, whasappo Mansour e lo “prenoto” per i prossimi giorni. Ma si, concediamoci il lusso di girare con l’autista!  Ci porta alla Cittadella, area archeologica romana su una collina (per ulteriori informazioni). Da lì, guardandoci intorno, ci rendiamo conto della conformazione di Amman: colline ripidissime e case arroccate peggio che nell’Alfama di Lisbona. Nell’aria echeggiava il richiamo del muezzin stereo che rimbalzava da una collina all’altra mentre noi giravamo nel polveroso sito archeologico. Mansour ci attendeva fuori per portarci successivamente a downtown, che non ha nulla a che vedere con l’idea occidentale della parola.

Un caos incomprensibilmente ordinato dove tutto sembra sconclusionato ma segue una regola precisa, traffico impazzito, clacson suonati come quando da noi si vincono i mondiali di calcio, negozi che vendono le cose più improbabili, dalla passamanerie ai piumoni (non sapevo che d’inverno nevicasse!) dal thè ai sandali di cuoio. Naturalmente sapevo già che non avrei mai comprato nulla ma curiosare non mi spiaceva affatto: era così divertente provare senza successo a confondersi tra la folla.

Prima di lasciarci in questo inferno cittadino Mansour ci aveva dato due consigli: “Hashem” per uno spuntino e una pasticceria poco distante per dei dolcetti tipici. Troviamo al volo il primo e dato che avevamo un po’ di fame (sarà stata la scarpinata sotto il sole?!?) ci sediamo e ordiniamo “un po’ di tutto” visto che di menù non c’era la benché minima ombra. Hashem non è altro che una sorta di rosticceria alla mediorientale: una manciata di tavoli in un vicolo ed un buco di cucina da dove escono delle meraviglie di cui è difficile decantarne la bontà: felafel su tutti, insalata di ceci, hummus, insalata di pomodori e cipolle poi… e chi più ne hà, più ne metta. Al momento di chiedere il conto, il cameriere mi dice “Four” e facendo un rapido calcolo per cui un dinaro è praticamente 1 euro, ripensando a quel che abbiamo mangiato, la mia reazione, tra dubbio e stupore, è di chiedere “FourTEEN?” E lui insistendo mi ripete che il conto (tutta quella roba più coca cola e acqua) è proprio 4 dinari, ovvero 4 euro scarsi. Mi piace ‘sta Amman. Si.

Proseguiamo la passeggiata tra le varie stradine alla ricerca di un posto consigliato per bere una cosa ma vedendo la tortuosa strada da salire, ripieghiamo verso un altro (di cui abbiamo fotografato l’insegna). Prendiamo una granita di karkadè, che da noi fa tanto vintage ma qui pare non sia mai passata di moda. Ricordo che mia nonna, di inequivocabile fede politica, decantava le proprietà del karkadè delle” colonie ” tanto che da bambina ho sempre pensato fosse una bevanda portentosa, quasi dai poteri magici! Inutile dire che il conto ci sorprende nuovamente: quel bicchierone di bontà rinfrescante veniva 50 centesimi!

Quasi infastiditi dal costo della vita in questa famigerata downtown, messaggio nuovamente Mansour che si fa trovare in 5 minuti all’angolo della strada e ci riporta a “casa”: dovevamo cambiarci e prepararci per la visita notturna a Petra (continua…)

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